Una sorpresa all’aeroporto

2014
Ero all’aeroporto di Goa. Nella sala d’aspetto, a due sedie di distanza da me, era seduta una coppia di indiani, probabilmente marito e moglie, di una certa età, lui decisamente più vecchio di lei. La donna aveva un sari verde mela dai fiori rosa fucsia che faceva un bellissimo contrasto, quasi psichedelico, con la sua pelle scura, di una nota leggermente ramata.

Era alta, bella, ma non la solita indiana elegante dall’aria triste o arrogante a seconda dei momenti; aveva più un’energia da donna di villaggio, con piedi grossi e zigomi alti, e una certa allegra maestà piuttosto fuori dal comune. Si è alzata per andare in bagno e le è caduta la custodia degli occhiali. “Madam” le ho detto “you lost something” (Signora, ha perso qualcosa). Lei ha raccolto, ringraziando con un sorriso che era la quintessenza di un bel sorriso, e silenziosamente è andata in bagno. Io stavo scrivendo sul mio quadernino da viaggio e quando è tornata mi ha chiesto in hindi se poteva scrivermi qualcosa sul quaderno. I suoi gesti erano chiari, ma io devo avere avuto un’espressione perplessa e stupita, perché il marito, un uomo sorridente e tenero che fino a quel momento era rimasto in disparte, si è avvicinato per spiegarmi cosa volesse la moglie. Notai subito che non la stava semplicemente assecondando, era anzi affettuosamente partecipe della situazione, come se già pregustasse qualche cosa di bello o perlomeno interessante. Io le ho sporto il quaderno e lei ci ha scritto una decina di righe in hindi che poi il marito mi ha tradotto: non ricordo tutto, ma erano parole piene di poesia che mi dicevano che il mio viso, il mio cuore, la mia anima sono belli e luminosi. Poi mi ha chiesto di scrivere anch’io e quindi mi sono felicemente sperticata nelle lodi di questa donna incredibilmente bella, spontanea come una bimba, pura essenza di cuore gioioso… A me sono cominciate a scendere le lacrime dalla tenerezza di tutta la scena e poi abbiamo chiacchierato ancora un po’, a gesti e a parole, e il marito mi ha detto che erano di Jabalpur (una città nel Madhya Pradesh, molto vicina ai luoghi natali di Osho), in scalo a Goa per andare a trovare i figli a Pune. Sapere che erano di Jabalpur mi fece subito sentire qualcosa del genere: “Ecco perché piango, ecco perché queste persone sono così diverse e speciali”.

Quando hanno saputo che ero a Pune per Osho si sono come illuminati e hanno detto di essere anche loro jain (la stessa casta della famiglia di Osho) e che la moglie era dello stesso villaggio natale di Osho, Kuchwada, e il marito era stato un suo studente al college tra il ’60 e il ‘62. Se lo ricordava come “agni”, il fuoco, il potere del divino. Poi è arrivata la chiamata del volo e ci siamo salutati, sempre con le lacrime, con la gente intorno che ci guardava tra l’incuriosito e il divertito, in tipico stile indiano, attento, ma certamente discreto!

Vi racconto questa storia perché mi ha toccato molto questo incontro. Ancora prima di sapere che queste persone erano originarie dello stesso luogo di Osho ho subito sentito qualcosa di speciale… È come se una certa fragranza, un contatto, anche se lontano e remoto, con l’energia di Osho spingesse le persone a riconoscersi e a tributarsi reciproco omaggio nei posti e nelle situazioni più impensate, senza nemmeno sapere perché… La magia che Osho ha creato è qualcosa di così grande e misterioso che spesso mi lascia senza respiro e senza parole…

E per celebrare questo momento di cuore e di bellezza vi allego un po’ di India e un omaggio a certe donne speciali…

Racconta Osho: “Mia nonna aveva solo cinquant’anni, era al massimo della sua gioventù e della sua bellezza. Vi stupirà sapere che era nata a Khajuraho, la più antica cittadella dei tantrika. Mi diceva sempre: Quando sarai un po’ più cresciuto, non dimenticare di visitare Khajuraho. Non credo che altri genitori darebbero mai un consiglio come questo a un bambino, ma mia nonna era una persona unica: mi convinse a visitare Khajuraho. Khajuraho si compone di migliaia di sculture meravigliose, tutte nude e intente a fare l’amore. Ci sono centinaia di templi, molti in rovina, ma alcuni si sono conservati, forse perché furono dimenticati. Il Mahatma Gandhi avrebbe voluto seppellire questi templi perché quelle statue, quelle sculture, sono molto eccitanti. E io fui tentato da mia nonna ad andare a Khajuraho: che nonna ho avuto! Era bellissima, sembrava una statua greca, da ogni punto di vista. E sapete, perfino a ottant’anni era ancora bella, cosa di solito impossibile.Quando mia nonna morì, corsi da Bombay per vederla. Perfino da morta era bella… non potevo credere che fosse morta. E all’improvviso tutte le statue di Khajuraho divennero vive dentro di me: nel suo cadavere vidi l’intera filosofia di Khajuraho. E la prima cosa che feci, dopo averla vista, fu di tornare a Khajuraho. Era il solo modo di mostrarle il mio rispetto. E Khajuraho fu più bello che mai, perché potei vedere mia nonna ovunque, in ciascuna di quelle statue.Mia nonna mi ha dato molto: la cosa più importante è stata la sua insistenza a volermi far vedere Khajuraho. A quell’epoca, Khajuraho era assolutamente sconosciuto. Ma lei insistette al punto che dovetti andare. Era testarda. Forse io ho preso quella qualità da lei, voi potreste chiamarla non-qualità. Negli ultimi vent’anni della sua vita, io viaggiavo per tutta l’India. Ogni volta che tornavo al villaggio mi diceva: Ascolta, non salire mai su un treno in movimento e non scendere prima che si sia fermato. Secondo: non discutere mai con nessuno, mentre sei in viaggio. Terzo: ricorda sempre che io sono viva e aspetto che tu torni a casa. Perché vagabondi per il paese quando ci sono io ad aspettarti per prendermi cura di te? Hai bisogno di attenzioni e nessuno te le può dare come posso farlo io.Per vent’anni dovetti ascoltare continuamente questo consiglio. Ora le posso dire: Non preoccuparti, almeno nell’altro mondo. Per prima cosa, non viaggio più in treno: in realtà non viaggio più! Per cui non ho il problema di salire e scendere da un treno in corsa. In secondo luogo, Gudia si prende cura di me come tu avresti voluto. In terzo luogo, ricorda come mi aspettavi mentre eri in vita e continua ad aspettarmi. Presto verrò, tornerò a casa.Khajuraho… il solo nome fa suonare in me campane di felicità, sembra sia disceso dal cielo in terra. Vedere Khajuraho in una notte di luna piena, significa vedere tutto ciò che vale la pena vedere. Mia nonna nacque lì: non stupisce che fosse una donna bellissima, coraggiosa e persino pericolosa. Rischiò. Mia madre non le assomiglia e questo mi spiace. Non potrete mai trovare un solo tratto di mia nonna in mia madre. Nani era una donna molto coraggiosa e mi aiutò a rischiare in tutto: e intendo dire in tutto.Se volevo bere vino, me lo faceva avere. Diceva: Se non berrai totalmente, non te ne potrai mai liberare. E io so che in questo modo ci si libera completamente di tutto. Qualsiasi cosa volessi, me la faceva avere. Mio nonno, suo marito, era sempre intimorito: come lo sono tutti i mariti del mondo, era un topolino; un bellissimo topolino, un uomo buono, dolce, ma non era affatto paragonabile a lei. Quando morì, sulle mie ginocchia, lei non pianse. Le chiesi: È morto. Lo amavi. Perché non piangi?Disse: A causa tua, non voglio piangere di fronte a un bambino – era una donna incredibile! – e non ti voglio consolare. Se mi metto a piangere, anche tu scoppierai in lacrime, a quel punto chi dei due consolerà l’altro?Quando mio nonno morì nonna disse: Non tornerò più al villaggio.E quando disse che non sarebbe più tornata indietro, ovviamente era sottinteso che neanch’io avrei potuto tornarci. Ma non visse mai con la famiglia di mio padre. Era diversa. Quando iniziai a vivere nel villaggio di mio padre, feci una vita molto metodica in quella città: passavo tutto il giorno con la famiglia di mio padre e la notte con mia nonna che viveva sola, in uno splendido bungalow. Era una casa molto piccola, ma veramente bella.Mia madre mi chiedeva sempre: Perché non stai a casa di notte?Rispondevo: È impossibile. Devo andare dalla nonna, soprattutto di notte, si sente sola senza il mio Nana, senza mio nonno. Di giorno non ci sono problemi, è tutta indaffarata e circondata da tante persone, ma la notte, sola nella sua stanza, potrebbe mettersi a piangere se non ci fossi io. Devo stare con lei!E rimasi sempre con lei, ogni notte, senza eccezione.Di giorno ero a scuola. Solo al mattino e al pomeriggio, passavo alcune ore in famiglia, con mia madre, mio padre, gli zii. Era una famiglia numerosa e mi rimase estranea: non ne divenni mai parte.Mia nonna era la mia famiglia e mi capiva perché fin dall’infanzia mi aveva visto crescere. Mi conosceva come nessun altro, perché mi permise di fare di tutto… di tutto.La mia Nani era pronta a tutto pur di aiutarmi a sperimentare me stesso. La via per conoscere è sperimentare in prima persona, non essere istruiti…”

Osho, Bagliori di un’infanzia dorata, Ed. Mediterranee