Piccioni alla mia finestra 2

Una mattina, aprendo la finestra, vidi che i due ovetti bianchi erano diventati due pulcini. Uno grigio chiaro, uno grigio scuro, uno un po’ più grande dell’altro.
Alzarono la testina e mi guardarono. Erano vivi e attenti, ma inermi. Certamente in balia totale della vita.
Ripensai al mio primo incontro con i loro genitori. E a tutte le volte che avevo dato un’occhiata al nido, accertandomi al tempo stesso che nessuno si fosse impigliato nella rete.

Avevo notato che i due piccioni si agitavano al mio arrivo e quindi avevo preso l’abitudine di dare loro un segnale, emettendo il mio verso animale, in modo che potessero allontanarsi senza impanicarsi e restare incastrati.

E avevo iniziato a dare loro ogni giorno una manciata di dal, per sancire la nostra “amicizia”. Per alcuni giorni dopo l’incidente non avevo nemmeno aperto la finestra, per non interferire, ma poi avevo sentito che era meglio, dopo tutto, chiarire la mia posizione: “Hey, siete miei ospiti. E so che presto riempirete questo angolo della mia casa di cacche e altre amenità, quindi perlomeno, abituatevi alla mia presenza”. Del resto quello era lo scopo della rete protettiva: tenere lontani i piccioni, uccelli molto belli, ma dall’igiene molto discutibile!

In cuor mio avevo deciso che una volta cresciuti i piccoli e col finire della stagione delle piogge, li avrei gentilmente sfrattati dal balconcino e riparato la rete. Però avevamo lunghe settimane da vivere insieme e quindi tanto valeva… viverle.

Così lentamente i due piccioni adulti si erano abituati alla mia presenza. Al mio segnale si allontanavano, ma senza panico e io davo un’occhiata alle uova e disseminavo sul balconino la manciata di dal della giornata. E non c’erano cacche in vista. Persino l’igiene dei piccioni migliora nei dintorni del nido.


I pulcini diventavano ogni giorno più grossi e al mio arrivo, come sempre alzavano la testina e mi guardavano.

Un giorno infine, li trovai fuori dal nido, sul balconcino. Erano ancora piccoli, ma non più tondi e arruffati come dei cuccioli: dei piccioni perfetti. Praticamente adolescenti. Impararono a volare immediatamente e senza drammi.

Nel giro di pochi giorni i genitori erano spariti e i due adolescenti, ogni giorno un pochino più grandi, diventarono i residenti ufficiali del balconcino. Non più nel nido, oramai abbandonato, ma sul tubo di scarico dell’unità esterna del condizionatore.

E cominciarono ad arrivare le cacche…

Ma la cosa più stupefacente, e anche molto bella, è che questi due nuovi piccioni sono nati abituati alla mia presenza e, nonostante continui a fare i miei versi per avvertirli del mio arrivo, non si allontanano. Mi lasciano avvicinare e mi guardano, come quel primo giorno appena nati! Solo se proprio provo ad allungare la mano entrando nel loro spazio con più decisione fanno un balzetto indietro, ma non scappano!

E così mi ritrovo in una situazione che non avevo assolutamente previsto.

Vedo due parti di me che cercano di mettersi d’accordo… La parte più mentale, razionale e pratica, che sostiene che non è sano lasciare avvicinare così tanto i piccioni, e soprattutto le loro feci, perché potrebbero essere portatori di malattie anche gravi (come l’aviaria). “In fondo” penso “stabilire dei chiari confini con gli animali ha fatto parte e fa parte della spinta evolutiva della specie umana”. E poi c’è il cuore, che vede la bellezza di essere in una sorta di intimità con due creature che ho visto dall’uovo e che mi hanno visto dal primo giorno della loro vita esterna.

È bello aprire la finestra e vederli accovacciati lì, senza paura! È anche questa una spinta evolutiva fortissima, se non della specie, che ha già inflitto così tanti danni alle altre specie, sicuramente della consapevolezza umana, in direzione del rispetto e dell’amore. Mi piace condividere il mio spazio con altri esseri viventi, rendendomi conto che è anche il LORO spazio, che hanno lo stesso diritto che ho io di viverci. E non è vero che sono miei ospiti, siamo tutti ospiti di questa Terra, e non sempre è necessario competere, possiamo convivere. E in questi lunghi mesi di isolamento, a parte la mia gatta con cui avevo già una relazione, i corvi, i piccioni, i piccoli abitanti delle piante nei miei balconi e persino i gechi sono stati praticamente gli unici esseri che hanno abitato lo spazio fisico intorno a me. E grazie all’isolamento e all’assenza di distrazioni che mi invitavano ad andare “dentro” piuttosto che “fuori” qualcosa è cambiato e ho cominciato a vederli e sentirli davvero, a includerli piuttosto che scacciarli meccanicamente come avevo sempre fatto.

Tornando ai piccioni, ora ogni giorno io o Sangeeta, la donna che mi aiuta nelle pulizie di casa, gettiamo una secchiata d’acqua e sapone sulle cacche dei due piccioni e una volta alla settimana le spazziamo via con uno spazzolone.

Non è la perfezione, ma una scelta amorevole e… “igienica” al tempo stesso.

Se un giorno i piccioni se ne andranno a cercare i rispettivi compagni di vita, magari risigillerò la rete. Ma per adesso è tutto bello così.