Piccioni alla mia finestra 1

Non ricordo più quale mese del Covid fosse. Qualcosa tra il 7° e l’8°. Di certo pioveva ancora…

Andai nel bagno degli ospiti, declassato a bagno di servizio dall’assenza di ospiti durante il lockdown e dopo, per riempire l’innaffiatoio e dalla finestra aperta vidi un piccione imprigliato nella rete protettiva.

Causa il vento e l’assenza di manutenzione – sempre lockdown – ha delle falle da cui i piccioni entrano per stazionare al riparo dalla pioggiasu una specie di balconcino senza ringhiera di circa 1,5 mq.

Non era la prima volta che accadeva. La prima volta in assoluto me n’ero accorta troppo tardi e il piccione era morto prima che potessi fare qualcosa.

Da allora in poi mi affaccio almeno una volta al giorno per controllare che non ci sia nessuno intrappolato.

Come le altre volte, mi armai di forbici e coraggio, scavalcai la finestra ed emettendo gli stessi suoni che farei avvicinando un gatto, cercai di avvertire il piccione delle mie buone intenzioni. Mi muovevo in modo molto cauto, perché mi trovavo al quarto piano senza ringhiera in uno spazio piccolo. E soffro di vertigini. Il piccione era sul lato inferiore della rete, per fortuna, quindi potei sedermi, evitando di dover fissare il vuoto.

Il piccione aveva paura, ma non troppa. Si muoveva un po’, ma non abbastanza da rendermi impossibile “lavorare”. Aveva entrambe ali e zampe malamente aggrovigliate nelle maglie della rete. Un’ala era molto aperta, temevo che potesse essere dislocata, o rotta. Gli giravo intorno con le forbici, cercando di non toccarlo fino al momento in cui sarebbe diventato inevitabile. Le cornacchie dalle palme vicine cominciarono a volare in cerchio intorno a noi, gracchiando eccitate, forse fraintendendo ciò che stava succedendo. Il piccione emetteva dei suoni allarmati, mentre il suo compagno, da un davanzale alcuni metri più in là, gli rispondeva.  Il compagno era molto più grosso, quindi probabilmente quella con cui stavo avendo a che fare era la femmina. Tagliavo quello che potevo, attenta a non tagliare anche penne e cartilagini. Sapevo di dover tagliare la rete in modo che il piccione si liberasse solo alla fine, altrimenti l’illusione di libertà e poi la presa di coscienza di non riuscire ancora a volare, lo avrebbero agitato, peggiorando la situazione. Arrivò il momento di afferrarlo. Sapevo di dover essere delicata e ferma al tempo stesso. Sentivo un filo dal mio cuore al suo e poi dal suo al mio. Eravamo entrambi tesi, attenti, spaventati certo, ma presenti, silenziosi. Per quanto le nostre ragioni fossero molto diverse, la vibrazione era la stessa. Mi ricordai di respirare e ripresi a emettere il mio suono animale. Sentivo il piccione tremare leggermente nella mano sinistra, mentre la destra continuava a tagliare. Tagliai l’ultimo legame. Il piccione saltò, invece di volare, sul piccolo davanzale attiguo al balconcino, da dove il compagno, forse confuso dal trambusto, volò via.

Mi accorsi che una delle ali non era tornata a posto, ma il piccione aveva l’aria stupita, sollevata, non aveva più paura. Il suo compagno lo raggiunse e parlottarono tra loro, becco a becco.

Decisi di non trarre conclusioni sull’ala e di tornare in casa e controllare più tardi. Mi voltai, accingendomi a scavalcare la finestra, e in un anfratto del balconcino notai dell’erba secca e due ovetti bianchi.

Due pensieri si incrociarono. “Se ha l’ala rotta, come farà a covare?”. “Cosa posso fare?”. Cercai su internet piccioni, uova, cova. “Se il maschio muore la femmina porta a termine la cova da sola. Se muore la femmina il maschio ci prova per qualche giorno, poi abbandona il nido e le uova”. “AHI AHI AHI”. Uscì inevitabile anche un pensiero sessista.

Andai a prepararmi la cena. Dopo un po’ tornai a controllare il nido. C’era un piccione che covava e nessun altro. Immaginai che l’ala fosse tornata a posto, che andasse tutto bene…